htAlla GAM Milano riscopre 100 anni di scultura (1815-1915)tp://www.okarte.it
Chiusura 03/12/2017
di Stefano Pariani
Sono in mostra 92 opere, di cui 63 mai esposte al pubblico, provenienti dal deposito della Galleria d'Arte Moderna e appositamente restaurate per l'occasione, che danno l'opportunità di ampliare il catalogo della scultura lombarda e milanese nella fattispecie.
Via Palestro, 16 - Milano mappa
Inaugurazione 23/03/2017
 
Dopo le mostre su Medardo Rosso e Adolfo Wildt, la Galleria d'Arte Moderna torna a far luce sulla scultura con un'esposizione che ripercorre, attraverso una selezione di opere, cento anni di scultura milanese. Sono in mostra 92 opere, di cui 63 mai esposte al pubblico, provenienti dal deposito della GAM e appositamente restaurate per l'occasione, che danno l'opportunità di ampliare il catalogo della scultura lombarda e milanese nella fattispecie.
La mostra, allestita al piano terra, si articola in sei piccole sezioni che conducono il visitatore dall'impostazione ancora accademica dell'arte neoclassica al periodo romantico, che sceglie nuovi soggetti più vicini alla sensibilità del popolo, fino ad arrivare alla disgregazione della materia delle esperienze scapigliate e, infine, all'attenzione per il realismo sociale sullo scorcio del XIX secolo.

Le silenti opere, prevalentemente in marmo e gesso, ci seguono, suggestive, da vicino in un percorso, che, sebbene non sia sempre coerente nella collocazione delle sculture, mette in mostra alcuni lavori degni di nota e di recupero critico.
Una sorta di premessa è rappresentata dalla scultura neoclassica, che sulle orme delle teorie di Winckelmann guarda all'arte classica come un canone insuperabile e da imitare; la bella terracotta di Abbondio Sangiorgio “Apollo e Marsia” (1818) è solo un esempio del ricorso alla mitologia come soggetto più in voga nelle Accademie del tempo, che proponevano concorsi e indicavano soggetti precisi. Oltre a quello mitologico, si affacciava negli anni della Restaurazione anche quello biblico e la mostra presenta quattro opere che testimoniano il persistere del linguaggio classicista anche in scene e personaggi tratti dagli episodi biblici.

Il periodo romantico vede progressivamente abbandonare temi e soggetti lontani dal popolo, riscoprendo nell'arte la storia medievale e guardando alle opere letterarie contemporanee. I toni si fanno meno magniloquenti e gradualmente più intimisti, come nel giovane e pensoso “Corradino di Svevia” (1856) di Costantino Corti, nei busti di Renzo e Lucia di Alessandro Rossi o nel trepidante bacio di “Faust e Margherita” (1861) di Antonio Tentardini, che rapisce fatalmente anche il nostro sguardo.
Nella seconda metà dell'Ottocento fioriscono le grandi esposizioni internazionali in tutta Europa, che mettono a confronto le produzioni dei diversi Stati e segnalano la tendenza e il mutare del gusto della committenza. La mostra sottolinea l'importanza della “Scuola di Milano”, che propone soggetti legati al quotidiano e predilige nudi femminili e statue di vivaci bambini, adatte all'arredo di interni borghesi. Il pregio della lavorazione del marmo, assai apprezzata al tempo, è visibile nei gioiosi e spontanei bimbi de “Il primo amico” (Francesco Barzaghi, 1868) e di “Smorfiosa gaiezza” (Enrico Butti, 1877), titolo vezzoso tanto quanto il suo soggetto.

All'indomani dell'unità italiana si sente anche la necessità di celebrare le figure-chiave del Risorgimento attraverso grandi monumenti nelle piazze principali delle città per ribadire a tutti il concetto della neonata Nazione. Questa tendenza, in seguito chiamata “monumentomania”, ha uno dei suoi migliori esempi a Milano nell'omonima piazza che ancora conserva il celebre monumento alle Cinque Giornate. La mostra propone giganteschi bozzetti di alcuni “numi tutelari” del nostro Risorgimento, realizzati per i concorsi pubblici, come i busti-ritratto di Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni e Vittorio Emanuele II. Il realismo del ritratto va qui di pari passo con pose “ufficiali”, che ribadivano l'importanza del monito e del ricordo che quelle figure dovevano suscitare in chiunque passasse per la città davanti ai loro monumenti. Cosa che ormai oggi non tocca più quasi nessun cittadino, distratto pedone immemore del passato.

Tra gli anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento, accanto alle tendenze della “Scuola di Milano”, una nuova generazione di artisti rivoluziona il mondo della scultura, sfaldando la materia e dissolvendo le forme sulla scia della pittura scapigliata, da Giuseppe Grandi (“Ulisse nell'atto di tendere l'arco”, “Il dolore per i caduti”) a Medardo Rosso, il principale rappresentante di questa novità. Con i suoi attimi colti in uno schietto sorriso, un tenero abbraccio, la materia lavorata con la stessa rapidità con cui questi momenti nascono, Medardo Rosso è quasi un artista a parte, la sua una ricerca isolata. La sezione della mostra non gli rende merito, bisogna necessariamente salire al primo piano dove sono conservati i suoi capolavori, integrando così il percorso espositivo e (ri)scoprendo opere straordinarie come “La ruffiana”, “Aetas aurea” e il diafano “Ecce puer”.

La mostra chiude il suo allestimento con una suggestiva sala dedicata al Vero e al Simbolo sul finire dell'Ottocento, quando da un lato l'attenzione al realismo sociale si concentra sui problemi dei lavoratori delle fabbriche e dei contadini, dall'altro si sviluppa il gusto per il Simbolismo, che apre le porte al Novecento. Di grande impatto “L'ultimo Spartaco” (1894) di Riccardo Ripamonti, dall'anatomia tesa ed eloquente nel suo chiaro messaggio sociale, e “L'Ave Maria” (1894) di Giulio Branca, lo spontaneo ossequio religioso da parte di uno stanco e anziano contadino. Trascende invece la realtà l'onirica figura femminile de “Il dolore” di Luigi Secchi (1910), che fa da cornice di chiusura di tutto un percorso che avrà ulteriori sviluppi nel nuovo secolo con Adolfo Wildt. Anche in questo caso proseguire la visita con il museo al primo piano è doveroso per mettere in dialogo la scultura con la coeva pittura divisionista di Giovanni Segantini e Gaetano Previati.

E' questo uno dei meriti principali della mostra, che, se non propone nuovi percorsi interpretativi e di critica ed espone in qualche caso “opere minori”, dà la possibilità di integrare il patrimonio di opere già note con altre mai viste e di farle interagire tra di loro, lasciando al visitatore una certa libertà di costruire un percorso personale tra i due piani delle esposizioni.
Promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura e dalla GAM e realizzata nell’ambito della partnership fra il museo e UBS, la mostra sarà visibile per un lungo periodo fino al 3 dicembre 2017.

100 anni. Scultura a Milano 1815-1915
23/3/2017 – 3/12/2017
Galleria d'Arte Moderna
Via Palestro, 16 - Milano
Martedì – domenica 9.00-17.30
www.gam-milano.com







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