Gillo Dorfles e l’esperienza americanahttp://www.okarte.it
 
di Ugo Perugini
L’idea del libro sull’esperienza americana di Gillo Dorfles a Luigi Sansone è nata un paio di anni fa. Gillo Dorfles nella sua casa di Milano conservava una grande mole di documenti, relativi alla sua attività, e soprattutto numerose lettere che aveva scritto all’amatissima moglie Lalla, molte delle quali testimonianze dei suoi viaggi negli Stati Uniti.
 
 
dorflesL’idea del libro sull’esperienza americana di Gillo Dorfles a Luigi Sansone è nata un paio di anni fa. Gillo Dorfles nella sua casa di Milano conservava una grande mole di documenti, relativi alla sua attività, e soprattutto numerose lettere che aveva scritto all’amatissima moglie Lalla, molte delle quali testimonianze dei suoi viaggi negli Stati Uniti.

Questi documenti erano conservati senza alcun ordine preciso né voleva che altri vi mettesse mano. Luigi Sansone ha avuto il merito di convincerlo a superare questa sua naturale ritrosia che gli derivava dal fatto che non amava la memoria, forse perché pericolosamente contigua a certe forme di retorica, e anche perché per carattere era un uomo – come ha affermato Stefano Boeri – intriso di contemporaneità.

L’interesse per gli Stati Uniti era stato alimentato dalla Biennale di Venezia del 1948, quando fu presentata la Collezione Guggenheim degli “espressionisti astratti”. Gillo fu uno dei primi a rimanerne colpito. Nel 1953 fece un viaggio negli Stati Uniti da costa a costa che gli fu utilissimo per conoscere, spesso anche in modo del tutto casuale, personaggi importanti nell’ambito dell’arte, dell’architettura, della psichiatria. Non dimentichiamoci che Dorfles era medico psichiatra. Viaggio utile anche per superare l’isolamento culturale italiano del Ventennio e cogliere le novità, ma anche le contraddizioni, di quel mondo ai più sconosciuto.

In America, se ne rende conto bene Dorfles, esiste ed è pesante il fenomeno del razzismo nei confronti degli afroamericani. Invita nell’hotel in cui alloggia un professore afroamericano, ma lo ritrova sulla strada ad attenderlo perché alle persone di colore non è consentito entrare all’interno della struttura alberghiera. In un’altra circostanza, annota i fischi e le rimostranze di alcune persone del pubblico a un concerto nel quale si esibisce un’artista di colore.
A parte queste considerazioni, il bilancio della sua esperienza americana è assolutamente positivo. Conosce i più famosi studiosi di problemi estetici e critici d’arte ma anche esperti in psichiatria come Margareth Naumburg - sono noti i suoi studi di arte terapia - e Rudolf Arnheim, che svolse ricerche importanti sulle forme e le funzioni artistiche dal punto di vista psicologico Con quest’ultimo nacque una lunga e proficua amicizia.

Luigi Sansone racconta le sue difficoltà nel decifrare la calligrafia minutissima di Dorfles e anche i problemi nel recuperare articoli del passato, pubblicati su riviste di vario genere. Tra cui, un articolo su Kiesler e sulla sua opera Galaxies, una sintesi tra pittura, scultura, architettura, ispirata a certe strutture cosmiche, reperito poi sul bimestrale “Civiltà delle macchine”. In realtà, questa esperienza americana fruttò una serie di altri importanti articoli, pubblicati sulle riviste più prestigiose dell’epoca, tra cui “Domus”, “Casabella”, “Aut Aut”, ecc. Gillo ha scritto anche molti libri. Alcuni restano fondamentali per capire l’arte moderna e contemporanea: Nuovi riti, nuovi miti (1965), Artificio e natura (1968), Le oscillazioni del gusto (1970), Il Kitsch (1972), Mode e modi (1979), Elogio della disarmonia (1986), Il feticcio quotidiano (1988), L’intervallo perduto (1989), Preferenze critiche (1993), Fatti e fattoidi (1997), Irritazioni (1998).

Dorfles era una persona speciale. Era prima di tutto un uomo libero. Libero nel senso di naturale, autentico, senza prevenzioni né condizionamenti. E anche nell’arte, quella moderna e contemporanea, e nella sua interpretazione estetica, lasciava spazio alla conoscenza dei sensi, prima che all’elaborazione culturale che pure poteva fare perno su un ampio spettro di studi, interessi, passioni che lo animava. La sua grande modernità è consistita nel non racchiudere in recinti distinti le diverse espressioni creative. Ma anche nel non lesinare giudizi sarcastici e sprezzanti quando era il caso.

Secondo Dorfles, pittore, docente di estetica, il compito fondamentale del critico e del teorico dell’arte era quello di fornire al pubblico interessato un aiuto per potersi districare in un coacervo di sollecitazioni, spesso contraddittorie, partendo dal senso empirico dell’opera, dalla sua fenomenologia, dai suoi modi di apparire, molteplici e sempre diversi. Con la capacità di affrontare la componente irrazionale con la ragione senza cadere nella metafisica.
Il suo interesse, poi, non si è concentrato solo sull’arte, ma anche sui meccanismi di formazione del gusto e delle tendenze legate alla moda, alla comunicazione di massa e alle relazioni sociali del quotidiano. Nella sua visione risultano evidenti i legami tra discipline apparentemente diverse, dall’artigianato materiale e creativo alle arti visive fino al design e alla riabilitazione del kitsch.

Durante l’incontro-ricordo alla Triennale, sono emersi diversi aneddoti simpatici della vita di Dorfles: il suo incontro con i bambini di una scuola, Gillo sciatore fino a tarda età, disegnatore di etichette di vini e anche buon bevitore (amava il Cannonau), chic, di una eleganza “austroungarica”, amante del colore marrone, curioso per natura. E, alla fine, la cerimonia della torta, visto che Gillo l’aveva fatta preparare apposta per il suo 108° compleanno che non ha potuto festeggiare.
La notizia è che a suo nome nascerà una Fondazione che avrà il compito di mettere ordine agli archivi, alle opere, sue e di altri artisti, che ha lasciato, e trasferire ai più giovani il suo pensiero che ha ancora una capacità generativa che non deve andare perduta.

La mia America, Gillo Dorfles, a cura di Luigi Sansone, 304 pagine, €25,00, Edizioni Skira

 
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